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Vegezio

(IV, 31-36: le liburne)

 

 
       
 

XXXI.
Praecepto maiestatis tuae, imperator inuicte, terrestris proelii rationibus absolutis, naualis belli residua, ut opinor, est portio; de cuius artibus ideo pauciora dicenda sunt, quia iam dudum pacato mari cum barbaris nationibus agitur terrestre certamen. Romanus autem populus pro decore et utilitate magnitudinis suae non propter necessitatem tumultus alicuius classem parabat ex tempore, sed, ne quando necessitatem sustineret, semper habuit praeparatam. Nemo enim bello lacessere aut facere audet iniuriam ei regno uel populo, quem expeditum et promptum ad resistendum uindicandumque cognoscit. Apud Misenum igitur et Rauennam singulae legiones cum classibus stabant, ne longius a tutela urbis abscederent et, cum ratio postulasset, sine mora, sine circuitu ad omnes mundi partes nauigio peruenirent. Nam Misenatium classis Galliam Hispanias Mauretaniam Africam Aegyptum Sardiniam atque Siciliam habebat in proximo. Classis autem Rauennatium Epiros Macedoniam Achaiam Propontidem Pontum Orientem Cretam Cyprum petere directa nauigatione consueuerat, quia in rebus bellicis celeritas amplius solet prodesse quam uirtus.

Come segno di omaggio alla tua maestà, invitto imperatore, dopo aver trattato dei modi della guerra su terra, ritengo che uno spazio debba essere riservato alla guerra navale. Basterà trattarne più in breve, poiché i mari sono tranquilli e con le nazioni barbare si combatte su terra. In ogni caso il popolo romano, a difesa del suo onore e della sua grandezza, non costruiva flotte a seconda delle circostanze, per affrontare un pericolo improvviso, ma sempre le teneva pronte a ogni evenienza. Nessuno infatti ha il coraggio di recare offesa o di indire guerra a quel regno o a quel popolo che vede ben pronto ad affrontare il pericolo e ad assumere poi l’iniziativa del contrattacco. Dunque, presso il capo Misero e presso Ravenna erano stanziate singole legioni, in modo da non allontanarsi troppo dalla difesa delle città e in modo che, in caso fosse opportuno, senza indugio e senza lunghi giri potessero giungere per mare in ogni parte del mondo. La flotta di Misero aveva infatti nel suo raggio d’azione la Gallia, i territori di Spagna, la Mauritania, l’Africa, l’Egitto, la Sardegna e la Sicilia; la flotta ravennate, a sua volta, poteva dirigersi direttamente in Epiro, in Macedonia, in Grecia, nella Propontide, nel Ponto, in Oriente, a Creta, a Cipro, poiché nei fatti di guerra di solito giova più la velocità di intervento che il puro valore.

XXXII.

Liburnis autem, quae in Campania stabant, praefectus classis Misenatium praeerat, eas uero, quae Ionio mari locatae fuerant, praefectus classis Rauennatium retinebant; sub quibus erant deni tribuni per cohortes singulas constituti. Singulae autem liburnae singulos nauarchos, id est quasi nauicularios, habebant, qui exceptis ceteris nautarum officiis gubernatoribus atque remigibus et militibus exercendis cotidianam curam et iugem exhibebant industriam.

A capo delle liburne che si trovavano in Campania era il comandante della flotta di Miseno, mentre i capi della flotta ravennate mantenevano sotto di sé quelle che era state dislocate nello Ionio; sotto costoro erano stati posti dieci tribuni per ogni coorte. Le liburne avevano ciascuna un navarco, cioè una specie di armatore, il quale, lasciati gli altri compiti dei marinai, si dedicava quotidianamente con cura e applicazione all’addestramento dei rematori e dei soldati.

XXXIII

Diuersae autem prouinciae quibusdam temporibus mari plurimum potuerunt, et ideo diuersa genera nauium fuerunt. Sed Augusto dimicante Actiaco proelio,cum Liburnorum auxiliis praecipue uictus fuisset Antonius, experimento tanti certaminis patuit Liburnorum naues ceteris aptiores. Ergo similitudine et nomine usurpato ad earundem instar classem Romani principes texuerunt. Liburnia namque Dalmatiae pars est Iadertinae subiacens ciuitati, cuius exemplo nunc naues bellicae fabricantur et appellantur liburnae.

In alcuni periodi diverse province ebbero grande potenza sul mare ed è per questo che sono stati vari i tipi di nave. Ma quando ad Azio Augusto sconfisse Antonio in particolare con l’aiuto dei Viburni, l’esito di una così grande battaglia fece acquistare grandissimo credito alle navi dei Viburni, che sembrarono più adatte delle altre alla guerra per mare. Usurpatone il nome, gli imperatori romani fecero costruire flotte sul tipo di quelle navi: la Liburnia è infatti una parte della Dalmazia, proprio sotto la città di Iaderta (Zara), ed è sul suo esempio che oggi si fabbricano quelle navi che vengono chiamate appunto “liburne”.

XXXIV

Sed cum in domibus substruendis harenae uel lapidum qualitas requiratur, tanto magis in fabricandis nauibus diligenter cuncta quaerenda sunt, quia maius periculum est nauem uitiosam esse quam domum. Ex cupresso igitur et pinu domestica siue siluestri et abiete praecipue liburna contexitur, utilius aereis clauis quam ferreis configenda; quamlibet enim grauior aliquanto uideatur expensa, tamen, quia amplius durat, lucrum probatur afferre; nam ferreos clauos tepore et umore celeriter robigo consumit, aerei autem etiam in fluctibus propriam substantiam seruant.

Come si deve avere grandissima cura nella scelta di pietre e sabbia per la costruzione delle case, tanto più occorre curare i materiali per la costruzione delle navi, poiché è ben più pericoloso che un difetto sia in una nave che in una abitazione. La liburna è fatta dunque soprattutto di pino, domestico o silvestre, e di abete, da unire in modo più acconcio con barre di bronzo piuttosto che di ferro. Sebbene infatti il costo sia alquanto superiore, tuttavia, data la maggiore durata, vi è la prova che questo modo di costruire produce guadagno. Le barre di ferro infatti sono velocemente preda della ruggine a causa delle variazioni di temperatura e dell’umidità, mentre quelle di bronzo conservano il proprio stato anche in acqua.

XXXV

Obseruandum praecipue, ut a quintadecima luna usque ad uicesimam secundam arbores praecidantur, ex quibus liburnae contexendae sunt. His enim tantum octo diebus caesa materies immunis seruatur a carie, reliquis autem diebus praecisa etiam eodem anno interna uermium labe exesa in puluerem uertitur, quod ars ipsa et omnium architectorum cotidianus usus edocuit et contemplatione ipsius religionis agnoscimus, quam pro aeternitate his tantum diebus placuit celebrari.

Bisogna in primo luogo aver cura che gli alberi con cui costruire le liburne vengano tagliati dal quindicesimo al ventiduesimo giorno. Il legno ottenuto dal taglio eseguito in questi otto giorni, e solo in questi, è immune dalla corrosione, mentre quello tagliato negli altri giorni, roso da vermi interni, diventa polvere anche nel giro stesso dell’anno. Apprendiamo ciò dall’attività quotidiana degli architetti e dall’osservazione del rituale religioso, che si è deciso di celebrare solo in questi giorni come auspicio di eternità.

XXXVI

Caeduntur autem trabes utiliter post solstitium aestivum, id est per mensem Iulium et Augustum et per autumnale aequinoctium (id est) usque in k. Ianuarias. His namque mensibus arescente umore sicciora et ideo fortiora sunt ligna. Illud etiam cauendum, ne continuo, ut deiectae fuerint trabes, secentur uel statim, ut sectae fuerint, mittantur in nauem, siquidem et adhuc solidae arbores et iam diuisae per tabulas duplices ad maiorem siccitatem mereantur indutias. Nam quae uirides conpinguntur, cum natiuum umorem exudauerint, contrahuntur et rimas faciunt latiores, quo nihil est periculosius nauigantibus (quam hiare tabulata).

È cosa utile procedere al taglio degli alberi dopo il solstizio d’estate, vale a dire nei mesi di Luglio e Agosto, e nel periodo dell’equinozio autunnale, vale a dire fino alle calende di Gennaio. In questi mesi infatti l’umidità del legno diminuisce, rendendolo così più resistente. Bisogna anche stare attenti a che il legno non venga lavorato subito dopo il taglio, né che venga subito adoperate per le navi, poiché sia quando gli alberi sono ancora interi interi, sia quando sono divisi in tavole devono essere posti a essiccare: se infatti vengono lavorati e dipinti quando sono ancora freschi, dopo aver emesso il loro naturale umore, si restringono e producono fessure più larghe, cosa della quale nessuna è più pericolosa per i naviganti.




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