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Quaderno di traduzioni (5)

Alcuni passi di Sallustio

         
 

De coniuratione Catilinae, 1-2

1. Omnis homines qui sese student praestare ceterìs animalibus summa ope niti decet ne vitam silentio transeant veluti pecora, quae natura prona atque ventri oboedientia finxit. Sed nostra omnis vis in animo et corpore síta est; animi imperio, corporis servitio magis utimur; alterum nobis cum dis, alterum cum beluis commune est. Quo mihi rectíus videtur ingeni quam virium opibus gloriam quaerere et, quoniam vita ipsa qua fruimur brevís est, memoriam nostri quam maxume longam efficere. Nam divitiarum et formae gloria fluxa atque fragilis est, virtus clara aeternaque habetur. Sed diu. magnum inter mortalis certamen fuit vìne corporis an virtute animi res militaris magis procederet. Nam et prius quam incipias consulto et, ubi consulueris, mature facto opus est. Ita utrumque per se indigens alterum alterius auxilio eget.

2. Igitur initio reges - nam in terris nomen imperi id primum fuít - divorsí, pars ingenium, alii corpus exercebant; etiam tum vita hominum sine cupiditate agitabatur, sua cuique satís placebant. Postea vero quam in Asia Cyrus, in Graecìa Lacedaemonii et Athenienses coepere urbis atque nationes subigere, lubidinem dominandi causam belli habere, maxumam gloriam in maxumo imperio putare, tum demurn periculo atque negotiís compertum est in bello plurumum ingenium posse. Quod si regum atque ímperatorum animi virtus in pace ita ut in bello valeret, aequabilius atque constantius sese res humanae haberent, neque aliud alio ferri neque mutari ac misceri omnia cerneres. Nam imperium facile eis artibus retinetur quìbus initio partum est. Verum ubi pro labore desìdia, pro continentia et aequitate lubido atque superbia invasere, fortuna simul cum moribus immutatur. Ita imperium semper ad optumum quemque a minus bono transfertur. Quae homines arant, navigant, aedificant, virtuti omnia parent. Sed multi mortales, dediti ventri atque somno, indocti incultique vitam sicuti peregrinantes transiere. Quibus profecto contra naturam corpus voluptati, anima oneri fuit. Eorum ego vitam. mortemque iuxta aestumo, quoniam de utraque siletur. Verum enim is demum mihi vivere atque frui anima videtur, qui aliquo negotio intentus praeclari facinoris aut artis bonae famam quaerit. Sed in magna copia rerum aliud alii natura iter ostendit.

La congiura di Catilina l.

È bene che coloro che intendono primeggiare sugli altri si dedichino con tutte le loro forze a cercare di evitare di trascorrere la vita senza lasciare memoria di sé come bestie che la natura ha generato con il muso rivolto alla terra e dedite solo al cibo. Il nostro valore è invece nell'anima e nel corpo, l'anima spinge all'azione e il corpo le obbedisce. La nostra parte spirituale ci accomuna agli dei, il nostro corpo agli animali. Ne deriva che è cosa più giusta ricercare la gloria con l'intelligenza piuttosto che con la forza e, poiché la vita è una breve luce, occorre renderla il più lunga possibile grazie al ricordo che di noi lasciamo. La gloria che deriva dal denaro e dalla bellezza scorre via ed è fragile, la rettitudine, invece, risplende per sempre. Da sempre si è discusso tra gli uomini se la potenza militare derivi dalla forza fisica oppure da quella dell'intelletto. È necessario che prima di agire si rifletta e che, dopo di ciò, subito si ponga in atto l'azione. Dunque le due cose, di per sé insufficienti, hanno ciascuna bisogno dell'aiuto dell'altra..

2.
All'inizio vi furono i re - questo fu sulla terra il primo nome dato ai potenti - che agivano, per saggezza o per forza fisica: in quei tempi la vita degli uomini era immune dall'avidità e ciascuno era contento di ciò che aveva. In seguito, però, dopo che Ciro in Asia, e in Grecia gli Ateniesi e gli Spartani, iniziarono a soggiogare città e popoli, a ritenere motivo di guerra la brama di dominio e che la grandezza della gloria coincidesse con la grandezza del regno, si scoprì infine, nel rischio e nelle difficoltà, che in guerra ha maggior valore l'intelligenza. E se la forza d'animo dei re e dei comandanti fosse in pace la stessa che in guerra, le vicende umane sarebbero più tranquille e più stabili e non si assisterebbe a rivolgimenti politici e disordini interni. Infatti il potere si mantiene facilmente con quelle stesse "arti" con le quali si è ottenuto. Ma quando l'indolenza si sostituisce all'operosità, la dissolutezza al senso della misura e l'arroganza al senso di giustizia, allora cambiano insieme modi di vita e destini, al punto che sempre il potere passa dalle persone meno valide alle migliori.
Ciò che l'uomo ottiene dall'agricoltura, dai commerci, da ciò che riesce a costruire, dipende dalla loro capacità. Molti uomini, però, dediti solo al mangiare e al dormire, rozzi e incolti, trascorrono la vita come se fossero solo di passaggio. Per costoro, in contrasto con la natura, il corpo è fonte di piacere, l'anima è un peso. La loro vita e la loro morte mi sembrano uguali, poiché di entrambe non si fa menzione. Ritengo invece che viva e faccia uso della propria anima colui che, dedicandosi a qualche occupazione, cerchi la gloria di una nobile azione o di una decorosa attività. Nella molteplicità delle occasioni la natura offre sempre a ciascuno la propria strada.


Bellum Iugurthinum, XIV, passim

Pater nos duos fratres reliquit, tertium Iugurtham beneficiis suis ratus est coniunctum nobis fore. Alter eorum necatus est, alterius ipse ego manus impias vix effugi. Quid agam? Aut quo potissimum infelix accedam? Generis praesidia omnia exstincta sunt: pater, uti necesse erat, naturae concessit; fratri, quem minime decuit, propinquos per scelus vitam eripuit; adfinis, amicos, propinquos ceteros meos alium alia clades oppressit; capti ab Iugurtha, pars in crucem acti, pars bestiis obiecti sunt; pauci, quibus relicta est anima, clausi in tenebris, cum maerore et luctu morte graviorem vitam exigunt.

Bellum Iugurthinum, XX, passim

Postquam diviso regno legati Africa decessere, et Iugurtha contra timorem animi praemia sceleris sese adeptum videt, certum esse ratus, quod ex amicis apud Numantiam acceperat, omnia Romae venalia esse, simul et illorum pollicitationibus accensus quos paulo ante muneribus expleverat, in regnum Adherbalis animum intendit. Ipse acer, bellicosus; at is quem petebat, quietus, imbellis, placido ingenio, opportunus iniuriae, metuens magis quam metuendus. Igitur ex improviso fines eius cum magna manu invadit, multos mortales cum pecore atque alia praeda capit, aedificia incendit, pleraque loca hostiliter cum equitatu adcedit; deinde cum omni multitudine in regnum suum convertit, existimans Adherbalem dolore permotum iniurias suas manu vindicaturum eamque rem belli causam fore.

La guerra contro Giugurta, XIV e XX, passim

Nostro padre ha lasciato due figli, me e mio fratello, e ha ritenuto che un terzo, Giugurta, per i benefici ricevuti, si sarebbe sentito a noi vincolato. Uno è stato ucciso, dell’altro a mala pena ho schivato la mano sacrilega. Che fare? A chi ricorrere, misero me? Ogni sostegno della mia famiglia è ormai caduto; mio padre, come era fatale, ha ceduto alla legge di natura; a mio fratello ha strappato la vita, ricorrendo al delitto, proprio il parente da cui meno ci si doveva aspettarlo. I miei parenti prossimi e lontani, i miei amici, tutta la gente mia, sono caduti sotto diversi colpi: catturati da Giugurta, alcuni sono stati crocifissi, altri gettati in pasto alle belve. Pochi, lasciati vivi, rinchiusi in locali tenebrosi, trascinano nel dolore e nel pianto una vita peggiore della morte.
Diviso il regno, la delegazione romana lasciò l’Africa. E Giugurta, contrariamente ai suoi segreti timori, si vide in possesso dei frutti del suo delitto. Convinto, perciò, della verità di quanto aveva appreso dai suoi amici a Numanzia, che a Roma tutto si poteva comperare, acceso, per di più, dalle promesse di quelli che poco prima aveva colmato di doni, diresse le sue mire verso il regno di Aderbale. Egli era energico e bellicoso; l’altro, contro cui muoveva, tranquillo, pacifico, bonaccione, facile oggetto di prepotenze, timoroso più che temibile. Improvvisamente, dunque, Giugurta, con un buon pugno di uomini, penetra nel suo territorio, cattura parecchie persone, insieme con bestiame e altro bottino; dà fuoco agli edifici, si spinge da vero nemico, con la cavalleria, nella maggior parte del paese. Poi, con tutta la sua masnada rientra nel regno, convinto che Aderbale, spinto dal risentimento, avrebbe vendicato l’offesa con le armi e questo avrebbe potuto costituire un ottimo pretesto di guerra.)