La lettura dei poeti, degli storici, dei filosofi
Plurimum dicit oratori conferre Theophrastus lectionem poetarum, multique eius iudicium sequuntur; neque imperito. Nacque ab his in rebus spiritus et in verbis sublimitas et in adfectibus motus omnis et in personis decor petitur, praecipueque velut attrita cotidiano actu forensi ingenia optime rerum talium blanditia reparantur ; ideoque in hac lectione Cicero requiescendum putat.
Meminerimus tamen non per omnia poetas esse oratori sequendos nec libertate verborum nec licentia figurarum; genus ostentationi comparatum, et praeter id, quod solam petit voluptatem eamque etiam fingendo non falsa modo sed etiam quaedam incredibilia sectatur, patrocinio quoque aliquo iuvari, quod alligata ad certam pedum necessitatem non semper uti propriis possit, sed depulsa recta via necessario ad eloquendi quaedam deverticula confugiat, nec mutare quaedam modo verba, sed extendere, corripere, convertere, dividere cogatur; nos vero armatos stare in acie et summis de rebus decernere et ad victoriam niti. Neque ego arma squalere situ ac rubigine velim, sed fulgorem in iis esse qui terreat, qualis est ferri, quo mens simul visusque praestringitur, non qualis auri argentique, imbellis et potius habenti pericolosus.
Teofrasto afferma che la lettura dei poeti è assai importante per un oratore, e molti sono d’accordo con lui, non senza motivo. Infatti in essi si ricercano alto sentire nei contenuti, elevatezza nelle parole, forte sentire, decoro nell’aspetto, in particolar modo l’animo in un certo senso logorato dalla quotidiana attività pubblica trova grandissimo ristoro nella dolcezza di tali cose: è per questo motivo che Cicerone ritiene che ci si debba soffermare sulla lettura di questi autori.
Va detto tuttavia che l’oratore non deve seguire la voce dei poeti in ogni circostanza, soprattutto riguardo alla libertà di linguaggio e al fatto di usare figure retoriche a proprio piacimento. Aggiungeremo che è un genere letterario volto all’ostentazione e, oltre a ciò, tale da ricercare solo il piacere e che anche raffigurandolo insegue cose non solo false, ma anche incredibili. Si giova inoltre di qualche aiuto, per il fatto che, legata alla norma metrica, non sempre fa uso di parole proprie, ma, spinta lontano dalla via più lineare, necessariamente trova rifugio in alcune scappatoie dell’arte del dire ed è costretta non solo a mutare alcune parole, ma ad estenderle, restringerle, mutarle, dividerle. Noi invece dobbiamo stare armati sul campo di battaglia e distinguere tra cose della massima importanza e sforzarci per giungere alla vittoria. Non vorrei che le armi si deteriorassero per la muffa e la ruggine, ma che in esse vi fosse uno splendore tale da spaventare, come è proprio del ferro, dal quale mente e aspetto insieme vengono impressionati, non dell’oro e dell’argento, imbelle e piuttosto pericoloso per colui che lo possiede.
Historia quoque alere oratorem quodam uberi iucundoque suco potest; verum et ipsa sic est legenda ut sciamus plerasque eius virtutes oratori esse vitandas; etenim proxima poetis et quodammodo carmen solutum est, et scribitur ad narrandum, non ad probandum, totumque opus non ad actum rei pugnamque praesentem, sed ad memoriam posteritatis et ingenii famam componitur: ideoque et verbis remotioribus et liberioribus figuris narrandi taedium evitat. Itaque, ut dixi, neque illa Sallustiana brevitas, qua nihil apud aures vacuas atque eruditas potest esse perfectius, apud occupatum variis cogitationibus iudicem et saepius ineruditum captanda nobis est, neque illa Livii lactea ubertas satis docebit eum, qui non speciem expositionis, sed fidem quaerit. Ideo M. Tullius ne Thucydidem quidem aut Xenophontem utiles oratori putat, quamquam illum “bellicum canere”, huius ore “Musas esse locutas” existimet. Licet tamen nobis in digressionibus uti vel historico nonnumquam nitore, dum in his de quibus erit quaestio, meminerimus non athletarum toris, sed militum lacertis opus esse, nec versicolorem illam, qua Demetrius Phalereus dicebatur uti, vestem bene ad forensem pulverem facere.
Anche la storia può alimentare l’oratore con un nutrimento abbondante e gradevole, ma anch’essa va letta in modo da sapere che la maggior parte delle sue caratteristiche devono essere evitate dall’oratore. La storia è vicina infatti alla poesia e si può dire che sia un carme senza costrizione metrica. Viene scritta per raccontare, non per provare e l’intera opera non viene composta per un uso immediato o una battaglia presente, ma per il ricordo della posterità e la fama dell’ingegno. Per questo motivo evita la noia del raccontare grazie a parole meno comuni ed espressioni più libere. Perciò, come ho detto, non dobbiamo usare con un giudice occupato da vari pensieri e troppo spesso ignorante quella famosa brevitas di Sallustio, della quale nulla può essere più perfetto per orecchie libere da impegni ed erudite; nemmeno quella ricca fluidità di Livio però convincerà abbastanza colui che non cerca la bellezza dell’esposizione, ma i fatti.
Per questo motivo Cicerone pensa che neppure Tucidide e Senofonte siano utili all’oratore, sebbene egli ritenga che il primo “faccia rivivere i fragori della guerra” e che per bocca del secondo “abbiano parlato le Muse”.
È ammesso tuttavia che nelle digressioni si faccia uso di una sorta di nitore “storico”, mentre nelle cose sulle quali vi è contrasto, ricordiamoci che non c’è bisogno dei muscoli degli atleti, ma della forza dei soldati, e che la veste variopinta della quale si diceva che Demetrio Falereo facesse uso non si adatta affatto alla polvere del Foro.
A philosophorum vero lectione ut essent multa nobis petenda, vitio factum est oratorum, qui quidem illis optima sui operis parte cesserunt. nam et de iustis, honestis, utilibus, iisque quae sunt istis contraria, et de rebus divinis maxime dicunt et argumentantur acriter, et altercationibus atque interrogationibus oratorem futurum optime praeparant. Sed his quoque adhibendum est simile iudicium, ut, etiam cum in rebus versemur iisdem, non tamen eandem esse condicionem sciamus litium ac disputationum, Fori et auditorii, praeceptorum et periculorum.
È avvenuto per colpa degli oratori che noi si dovesse cercare molte cose nella lettura dei filosofi, ai quali in verità essi hanno ceduto la parte migliore della propria opera. I filosofi infatti parlano molto ampiamente e discutono con forza su ciò che è giusto, onesto, utile e su ciò che è opposto a queste cose, come pure di cose divine. Con accese discussioni e con domande preparano nel modo migliore il futuro oratore. Ma anche riguardo ai filosofi bisogna esprimere un giudizio simile a quello dato sugli storici, in modo che, anche quando ci occupiamo dei medesimi argomenti, sappiamo bene tuttavia che non è identica la condizione dei processi e quella delle discussioni, quella del Foro e quella della sala di ascolto, quella dei precetti e quella dei rischi reali.